Fondo Sociale "Tullio Pench"

Per ricordare Tullio Pench, socio eminente della Società Democratica Operaia di Chiavenna e coraggioso difensore della democrazia nella libertà, alcuni cittadini promuovono l'istituzione, nel suo nome, di un FONDO SOCIALE, destinato in primo luogo ad aiutare giovani residenti in Valchiavenna a sostegno del loro percorso di studio. 

L'iniziativa si ispira al valore della mutualità, ed è aperta alle donazioni che si volessero aggiungere ad incremento del fondo ed a garanzia di una sua prosecuzione temporale. 

Le erogazioni si vogliono inoltre ispirare al carattere di "prestito d'onore", ovvero incentivare i beneficiari, pur senza alcun vincolo, a contribuire a loro volta all’azione del fondo di solidarietà quando, avviati al lavoro, godranno di un reddito adeguato.

Regolamento Fondo Sociale
"Tullio Pench"
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Domanda per la concessione
del Fondo Sociale A.S. 2021/2022
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   TULLIO PENCH, IL PROFETA DISARMATO

 

    Il chiavennasco Tullio Pench (1882 – 1956) fu un esempio di rettitudine civile e di coraggio politico. Laureato in chimica nel 1906, l’inizio della prima guerra mondiale lo trovò, poco più che trentenne, in una fabbrica di Pavia, avviato a una promettente carriera da alcuni suoi brevetti per la tinteggiatura delle pelli.

    La fabbrica produceva per l’esercito anche una grande quantità di sacchi a pelo. In guerra il cuoio e le pelli si prestano, sembra, a facili imitazioni, se è vero che le scarpe dei nostri soldati spesso avevano suole di cartone. La fabbrica pavese si propose di fare qualcosa di simile anche con i sacchi a pelo. Ma il giovane Pench si ribellò a una ladreria che definì “egoismo disonesto, ignobile speculazione ai danni dello stato”. Per non rendersene complice denunciò i padroni, fu licenziato e andò in guerra a battersi coi fanti sul Grappa e sul Piave.

    Nipote del poeta chiavennasco Giovanni Bertacchi, dal quale aveva appreso l’amore per gli umili e l’avversione per i prepotenti, Tullio Pench era cresciuto nel culto della solidarietà umana, resa operante dalla Società Operaia, e si batteva, con i socialisti, per assicurare ai lavoratori libertà e giustizia sociale. Egli fu un mite. La sua bontà, la sua naturale schiettezza, lo portavano a proclamare in pubblico verità a quei tempi molto pericolose.

    Quando il re d’Italia affidò a Mussolini il governo del Paese, Tullio protestò ad alta voce: “Come si può accettare una fede politica come quella fascista che predica la violenza?” Il fascismo gli rispose con la violenza più selvaggia. Nel 1923 una squadraccia, giunta forse da Bellano, gli tese un agguato in piazzetta San Pietro. Lo bastonarono con ferocia, per ucciderlo, lasciandolo a terra in una pozza di sangue. Le cure dei medici e l’amore delle due sorelle lo portarono a una lenta guarigione. Ma fu sempre sorvegliato a vista dalla polizia, sottoposto alle angherie e ai soprusi usuali. Diffide, perquisizioni, prigione. Quattro anni dopo scriveva in un appunto segreto: “Il bastone fascista mi ha con barbarica ferocia maciullato il cervello, e le sevizie poliziesche mi hanno insidiato ogni istante della vita come a un delinquente comune".

    Tullio sopravvisse vendendo dei surrogati del caffè prodotti nella sua casa in vicolo del Paterino. Più tardi due suoi brevetti gli permisero di produrre speciali mastici per le ferrovie e l’aereonautica, fabbricati da lui stesso con l’aiuto delle sorelle. Rifiutò sempre di diventare un industriale: “Finirei – diceva – con lo sfruttare il lavoro del mio prossimo e non voglio averne neppure la tentazione”. Ma restò il ribelle di sempre.

    Si devono a lui alcune silenziose – ma molto eloquenti, in quegli anni di dittatura – manifestazioni di antifascismo, come la beffa dell’acqua del mercato che ogni sabato scorreva per via Dolzino: un primo maggio, che cadeva di sabato, l’acqua del mercato scese colorata di rosso dal Castello fino a "piazza Canton".

    Chiamato a insegnare materie scientifiche nella scuola d’avviamento di Chiavenna, un telegramma del prefetto lo licenziò in tronco con la motivazione: “Perché non iscritto al partito nazionale fascista”. Tullio tirò avanti dando lezioni private agli studenti, poi un amico gli offrì un posto di impiegato in una farmacia chiavennasca.

    Il tempo passò fra arresti e intimidazioni finché arrivarono gli anni terribili della seconda guerra mondiale. E venne la disfatta del fascismo, seguita dall’occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale che impose la repubblica-fantoccio mussoliniana di Salò. Tullio Pench fu tra i non molti che ebbero anche da noi, per tutto il ventennio fascista, il coraggio di dire no, lui profeta disarmato, alla bestia trionfante della dittatura.

    Quando sorse la Resistenza fu lui, più che sessantenne, a scrivere di suo pugno l’atto costitutivo del locale CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale: del quale restò, fino alla fine del conflitto, l’anima e la guida. Incurante dei rischi, mise la sua scienza nella fabbricazione di timbri e documenti per aiutare i numerosi ebrei giunti da noi nell’estremo tentativo di rifugiarsi in Svizzera, collaborando a organizzare le trafile per portarli di là dal confine; e produsse centinaia di altri falsi documenti per favorire le azioni e il vettovagliamento delle formazioni partigiane. Ricercato dalla polizia fascista dovette darsi alla macchia, rifugiandosi in locali segreti sopra Pratogiano e altrove: ma non abbandonò mai Chiavenna, diventata il suo posto di combattimento.

    Tullio Pench fu un moderno uomo di cultura, semplice, modesto, vicino alla gente e ai suoi problemi concreti, animato da un grande rispetto libertario per la giustizia e l’uguaglianza, sempre aperto al confronto delle idee, votato alla tolleranza, che con Bertacchi definiva “civile coesistenza di contrari”. Per apprezzarlo a fondo bisogna leggere il manifesto della Liberazione da lui scritto alla fine dell’aprile 1945 per conto del CLN, nel quale fissava i principi della ricostruzione: coscienza dei diritti ma anche dei doveri, tolleranza religiosa e politica, rinuncia alla violenza (“nessuna vendetta personale, non si possono far rivivere i barbari sistemi della rappresaglia”). E infine un precetto di coraggiosa umanità: “Non dimentichiamo di salutare i morti di tutte le nazioni, i feriti, i prigionieri, i lavoratori forzati, tutte le vittime, amiche e nemiche, dell’immane massacro”.

    Questo era il chiavennasco Tullio Pench: perseguitato e vilipeso per oltre vent’anni, nell’ora della vittoria non invocava vendetta bensì ricordava anche gli sconfitti e incitava i suoi concittadini e tutti gli italiani a comportarsi con la saggezza e la dignità degli uomini liberi.